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ALI SMITH - intervista di Antonia Ciavarella

Questa intervista è pubblicata sulla rivista "cassero" - anno VI, n.2, 2007

Ali Smith è nata a Inverness, in Scozia, nel 1962.
Vincitrice del Saltire First Book Award per Free Love and Other Stories, e dell’Encore Prize per Hotel World, è stata finalista anche dei prestigiosi Orange e Booker Prize.
I suoi libri trattano di temi importanti – la vita, la morte, la sofferenza, l’amore – con grazia, leggerezza, umorismo, e una verità spiazzante. La sua ambizione più grande, ha dichiarato, è quella di scrivere un libro talmente forte “che non si spacca neanche se lo prendi a martellate”.
Ali Smith sarà a Bologna il prossimo 3 novembre, in collaborazione con Minimum Fax, come ospite di un convegno sulla letteratura di lingua inglese curata da ArciLesbica Bologna all’interno della prossima edizione di Gender Bender.

È appena uscita in Italia la tua raccolta di racconti Free Love, che rappresenta in realtà il tuo esordio, del '95. Scrivere racconti assomiglia in qualche modo all’atto di scattare una fotografia, di cogliere attraverso un dettaglio un momento particolare di una vita, apparentemente disconnesso dagli altri. Qual è la cornice che racchiude i 12 frammenti rappresentati in Free Love?
“Free Love è la prima raccolta che ho scritto e come tale ha una struttura molto più aperta di quelle che ho scritto successivamente alle quali, per quanto ricordo, ho cercato di dare una struttura connettiva generale molto più evidente.
Ho scritto i racconti durante un periodo di due anni e li ho vissuti come un’esperienza liberatoria; ero uscita dal mondo accademico e questi racconti trasmettevano probabilmente un po’ di quell’eccitazione, di quel senso liberatorio, attraverso una forma espressiva molto aperta. Il racconto breve si deve caratterizzare per un tipo di immediatezza, di spontaneità che arrivi direttamente al lettore, ma questa immediatezza, questa spaziosità apparentemente casuale possono nascere solo attraverso un processo di costruzione minuziosa, estremamente deliberata e strutturata. Amo le strutture e porre questioni di struttura, per cui la raccolta è stata per me la prima espressione di quel nuovo amore ‘libero’.”

Nel racconto “Testo del giorno”, contenuto in Free Love, Melissa abbandona la sua casa e scompare. Porta con sé i suoi libri preferiti, e ne strappa le pagine dopo averle lette, gettandole via nella speranza che qualcun altra ci “inciampi”. È un sogno di circolazione utopica delle parole che rappresenta forse una metafora del potere della scrittura?
“Testo del Giorno era il titolo di una rubrica di riflessioni sulla vita e sulla Bibbia tenuta da parroci e reverendi della nostra regione, e che veniva pubblicata sui quotidiani della nostra zona – o almeno su quello che leggevamo a casa nostra a Inverness. Mi piace la tua descrizione – mi piacerebbe pensare a questa immediatezza come a una metafora dello scrivere – ma è anche una metafora della lettura, naturalmente, e dell’imparare a mantenere la propria mente di lettore ricettiva e vivace, e al tempo stesso produttiva. I libri sono anche degli oggetti concretamente presenti nel tempo e nelle nostre vite e il concetto che possono scardinare lo stato delle cose, e liberare le proprie parole una volta stracciati o dis-integrati, è in qualche modo anch’esso parte di questa metafora, come una forma di accettazione o di accoglienza dei nostri processi vitali.”

I racconti di Altre storie (e altre storie) sono un affresco, amaro ed ironico, di storie quotidiane attraversate da presenze soprannaturali, ignote: il fantasma dell’appesa, il tarocco inumano del terzo millennio; una colonia di insetti sconosciuti che invade un appartamento; uccelli morti abbandonati sull’uscio di casa da uno strano ammiratore; fiori senza mittente. Attribuisci un valore anche nella realtà, e nella tua vita personale, a forze sconosciute che inaspettatamente entrano nella nostra quotidianità per cambiarla?
“Mi piace molto il concetto della ragazza impiccata vista come un tarocco inumano. Cercherò di rispondere a questa domanda in modo utile: è molto difficile sapere quali siano le mie ansie come scrittrice, e in effetti preferirei non conoscerle o non pensarci, perché questa consapevolezza potrebbe interferire proprio sull’atto di avere delle preoccupazioni – comunque credo di poter confermare la mia attrazione ai modi in cui gli esseri umani cercano di ricavare delle narrazioni a partire da accadimenti accidentali e casuali, e dai modi in cui queste strutture narrative vengono costruite, e perchè, e dal come noi stessi, le nostre identità, siano fondate su queste strutture narrative, create sia da noi stessi che dagli altri. Non credo che la mia vita personale abbia molto a che fare con questo processo - mentre lavoro preferisco lasciare a casa il mio privato, altrimenti potrebbe interferire con il percorso della storia.”

Il tuo primo romanzo pubblicato in Italia, Hotel World, si caratterizza per un linguaggio complesso, che ipnotizza per la sua forza ritmica. Parla di memoria e di perdita attraverso i destini di cinque donne, che si intrecciano sullo sfondo di un lussuoso Global Hotel. Tradizionalmente l’hotel può essere visto come metafora di un mondo – è così anche nel tuo romanzo?
“Sì, l’hotel sembrava essere un’eccellente metafora della struttura sociale, un luogo al quale si può accedere solo se si è abbastanza ricchi, o se troppo poveri se ne viene esclusi; ed è inoltre un luogo nel quale delle persone vengono pagate per lavorarci. È una grande metafora di una classe sociale, all’interno di quella che ora viene definita come una società inglese senza classi. D’altra parte è anche una struttura che si presta a parlare di comunalità, di vite e di storie vissute fianco a fianco, ma anche della brevità della vita, e della velocità con cui risediamo sulla terra. Infatti è per questo che la tematica principale è la morte, e il perchè è importante rimanere vivi finché siamo qui. Ricordate che dovete vivere.”

Perché i personaggi che ruotano attorno al Global Hotel sono tutti femminili?
“Semplicemente lo sono. Il punto è: qualcuno si preoccuperebbe di farmi questa domanda se tutti i personaggi fossero uomini? Qui nel Regno Unito certamente nessuno, darebbero per scontato che i libri contengono dei personaggi maschili e che è meno probabile che delle donne siano le protagoniste di un romanzo, a meno che non si tratti di un certo genere di romanzi scritti esclusivamente per le donne. In realtà ho scritto Hotel World senza pensare a tutto ciò, molto semplicemente i personaggi sono donne come si sono formate nella mia mente mentre scrivevo, ma adesso sono felice di questo. Mi piace pensare che costituisca un ritorno alla modalità della piccola epica Joyciana, al romanzo modernista, al concetto di romanzo come forma in sé, e che questa forma di singola giornata che il romanzo ha assunto (con tutti i sui passaggi avanti e indietro tra passato e futuro), sia stata pensata per personaggi di ragazze e donne, alle quali raramente viene assegnato uno spazio letterario contemporaneo come questo in esclusiva.

Il tuo romanzo Voci fuori campo si ispira a Teorema di Pier Paolo Pasolini. Che cosa ti ha influenzato di questo film?
Il primo film di Pasolini che ho visto è stato Medea; in quel periodo tenevo dei corsi per un lavoro che non mi piaceva per niente, ma ancora non ne avevo tratto le conseguenze, e qualcosa in quel film mi spaventò “a vita” (all’opposto che a morte). Poco tempo dopo (parlo di quasi venti anni fa) vidi per caso Teorema, un pomeriggio in un cinema d’essai, il modo in cui aveva rinnovato, politicamente e narrativamente, una vecchia storia, i modi in cui si era rifiutato di scendere a compromessi, mostrando contemporaneamente la collusione e il rifiuto tra i personaggi evidenziati nel legame tra le varie storie, la lucida ma sofisticata crudezza, tutte queste cose mi entrarono dentro come se avessi dissolto il film in acqua per poi berlo. E’ un’opera geniale.
Ad essere onesta, penso che siamo influenzati da tutto ciò in cui ci imbattiamo, ma quando la vera arte ci tocca e ci disorienta, è innegabile, è come se il nostro sguardo subisse un cambiamento. Pasolini era molto bravo nel cambiare gli occhi delle persone, ed è anche un ottimo esempio dei modi in cui l’arte è sempre politica, veramente sempre, sia che l’artista se lo proponga intenzionalmente oppure no, ed è una rivelazione della storia, del tempo e della contemporaneità.”

Il tuo linguaggio letterario è riconosciuto come una sperimentazione di altissimo livello. In questo senso il tuo lavoro viene spesso paragonato a quello di Virginia Woolf e di James Joyce. Ti riconosci in questa affermazione? Quali ritieni siano state le tue influenze artistiche principali?
“Come ho detto prima, penso che tutto ci influenzi indipendentemente dalla nostra volontà, dal testo sul bordo di una scatola di cereali alle opere dei grandi e dei meno grandi. So però di amare i testi del periodo modernista e apprezzo molto il modo in cui la scrittura modernista coinvolge il lettore chiedendogli di ricostruire e di assumere una parte attiva nell’interpretazione delle strutture del pensiero e del linguaggio, che è appunto una caratteristica tipica di queste opere. Per queste ragioni amo profondamente Joyce e la Woolf.”

Jeannette Winterson nel suo saggio La semiotica del sesso afferma: “Sono una scrittrice che, per puro caso, ama le donne. Non sono una lesbica che, per puro caso, si dedica alla scrittura”. La Winterson sostiene che non esiste una letteratura queer e accusa il movimento queer di aver ridotto l’arte a sessualità svuotando di significato l’arte come differenza, come espansione di un io che non può essere racchiuso in un’etichetta. Al di là della complessità delle argomentazioni di Winterson, che valore attribuisci al tuo essere lesbica nella tua opera?
“Per andare oltre a ciò che dice Jeanette, penso che la scrittura sia un’arte senza specificità di genere. L’immaginazione non ha genere, MA - detto questo -, sono molto, molto, molto felice di essere nata donna, e di essere una donna che è anche lesbica, e una donna gay che è anche scozzese, e una donna scozzese gay che vive in questo tempo, negli stati intermedi tra indipendenza e rinegoziazione che tutte le cose sopra elencate mi hanno concesso di sperimentare ogni giorno. In questo momento su ogni donna del mondo occidentale c’è una pressione affinché affronti la questione del significato del femminismo nel mondo contemporaneo, e del perchè abbia più importanza oggi di quanto non abbia avuto nelle ultime decadi – vivo in un paese nel quale mi sto abituando a sentir dire, da parte di ragazze e donne (mentre si stanno dirigendo alla cieca verso un futuro in cui saranno, come al solito, nella media delle statistiche, pagate meno per lavorare di più svolgendo lavori più umili, con meno probabilità di ricevere un’istruzione, e più probabilità di venire abusate ora più che mai), “oh non abbiamo bisogno del femminismo, abbiamo tutti i diritti adesso”. Stiamo permettendo che il dono della coscienza ci abbandoni. E vivo in un paese in cui la parola ‘gay’ viene di regola utilizzata sui canali televisivi nazionali della BBC col significato di ‘spazzatura’ o altri termini spregiativi, e dove l’omofobia, che non è mai scomparsa, sembra tornare ad essere sempre più accettabile – pur essendo consapevole che a questo rispetto siamo molto più fortunati qui che in molti altri paesi Europei in questo momento.
Ed essere scozzese, come essere essere donna e gay, non cessa mai di ricordarmi che il compito di uno scrittore è quello di parlare dai margini – di mettere in discussione la narrativa dominante, e di dare voce a quelle persone e a quelle entità, come dice Calvino nei suoi saggi, che non hanno voce o la cui voce tende a perdersi. Essendo quindi donna, gay e scozzese, non avrei potuto essere più preparata. A causa di ciò riesco a vedere le cose in maniera diversa. Ecco di nuovo la questione di rinnovare lo sguardo. Sono contenta di avere questi nuovi occhi.”

Traduzione Mariagrazia Pecoraro

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