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STELLA DUFFY - intervista di Elisa Manici e Anna Muraro

Questa intervista è pubblicata sulla rivista "cassero" - anno VI, n.3, 2007

Nata a Londra nel 1963, Stella Duffy è cresciuta in Nuova Zelanda, per poi tornare a vivere in Inghilterra.
È conosciuta in Italia per i suoi romanzi gialli che hanno per protagonista Saz Martin, personaggio “al limite” e pieno di limiti, tutti banalmente umani. In lei convivono eccezionalità e normalità, verità e menzogna, amore e tradimento, professionalità ed incompetenza. La quotidianità di Saz Martin è tutta volta a far coesistere una “normale vita di coppia lesbica” con la sua attività d’investigatrice.
Autrice eclettica, Stella Duffy ha pubblicato altri cinque romanzi di diverso genere, oltre a racconti, testi teatrali e articoli. Oltre al lavoro di scrittrice, è un’attrice di successo, e ha interpretato la sua Lifegame in tutta la Gran Bretagna, a Broadway e in Australia. Ha anche registrato diverse commedie radiofoniche per la BBC.
Stella Duffy sarà a Bologna il prossimo 1 novembre, come ospite di Soggettiva, serie di incontri sulla letteratura inglese curata da ArciLesbica Bologna all’interno della prossima edizione di Gender Bender.

Come e perchè hai iniziato a scrivere?
“Scrivevo già per conto di alcune compagnie teatrali durante il periodo universitario in Nuova Zelanda, oltre a racconti brevi e poesie. Come figlia d’operai, sono stata la prima in famiglia ad andare all’università, non pensavo che la scrittura sarebbe potuta diventare per me una professione. Per questa ragione, pur scrivendo per il teatro, non mi consideravo una scrittrice ma piuttosto un’attrice che scriveva. Una volta a Londra, ho cominciato a lavorare con diverse compagnie teatrali che facevano improvvisazione e commedia e così ho cominciato a credere maggiormente nelle mie capacità. Ho potuto utilizzare un computer solo nel 1991 , quando avevo 28 anni, ed è stato allora che ho finalmente cominciato a scrivere il mio primo romanzo, Calendar Girl.

Le detective story sono un genere letterario molto amato dalle scrittrici e sempre di più le protagoniste sono donne. Quasi sempre il personaggio femminile protagonista sovverte l’ideale “femminile”, con donne senza uomini, autonome, indipendenti che hanno a che fare con cadaveri e vite altrui. Che cosa ti ha attratta, come autrice, di questo genere? Ti sei ispirata a delle scrittrici in particolare, o che ritieni particolarmente significative?
“Prima di iniziare a scrivere avevo letto i libri di autrici come Margaret Atwood, Marge Piercy, Mary McCarthy, Patricia Grace e Janet Frame, tutte donne interessate a raccontare le storie di altre donne, scrittrici che giocano con il linguaggio e la forma letteraria. Credo che la nascita di una letteratura femminista a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 mi abbia incoraggiata a scrivere molto più della letteratura di genere al femminile, di cui non ero quasi consapevole all’epoca.
Non sono stata un’appassionata lettrice di romanzi gialli, quando da bambina ho letto le storie di Miss Marple e dell’americana Trixie Belden (una ragazza detective) ero interessata alle figure femminili forti, più che a quel genere letterario. Quando ho scritto il mio primo romanzo giallo (Calendar Girl) non l’ho affrontato come una detective story, così per me non rappresentava una scrittura di genere. La vedevo come una storia d’amore finita male, perciò per me la protagonista principale era Maggie. È stato il mio editore a vedere in Saz la vera protagonista e il libro è stato lanciato con questo tipo di messaggio. In seguito mi è stata offerta la possibilità di aggiungere il secondo romanzo della serie. In realtà non avevo pensato ad una serie e nemmeno a me stessa come una scrittrice di gialli, infatti cinque dei miei romanzi sono gialli, mentre gli altri cinque non lo sono.”

Il giallo è forse l'ultimo genere letterario in cui solitamente c'è una distinzione piuttosto netta tra bene e male, mentre nella serie di romanzi con Saz Martin la distinzione è piuttosto sfumata. In qualche modo, sei riuscita a rendere più complesso, quindi più simile alla vita reale, un genere letterario fatto in gran parte di demoni e eroi. Condividi questa analisi?
“Le vostre analisi sono molto più complesse delle mie! Io scrivo semplicemente la prima storia che mi viene in testa! Anche negli altri romanzi affronto il tema del bene opposto al male oppure della menzogna, del segreto opposto alla verità. Ho subito l’influenza di un’educazione cattolico/socialista e m’interessano tanto i peccati d’omissione, quanto quelli effettivamente compiuti. Pratico il buddismo da 21 anni e nella pratica buddista l’enfasi è sulla responsabilità personale, ma anche sul modo in cui le nostre azioni individuali influenzano il tutto. Personalmente non credo nel male, penso che ognuno di noi abbia la capacità di essere e di agire positivamente, ma la nostra società non ci offre uguali possibilità, sia all’interno della famiglia che nel contesto educativo, ecco perché è riduttivo giudicare tutti con lo stesso criterio. Penso inoltre che imparare e cambiare sia possibile, quindi scrivere una storia dove si affronta il confronto tra bene e male in maniera superficiale non può reggere. M’interessa molto di più addentrarmi nella trama piuttosto che focalizzarmi sul colpevole. In tutti i miei 10 romanzi affronto le relazioni e le complessità delle passioni umane, allo stesso modo in cui gestisco le trame dei miei gialli o di qualsiasi altra tematica.”

I tuoi personaggi spesso mentono, in particolare Saz ricorre spesso alla menzogna sia nella vita professionale che privata, sia su piccole che su grandi vicende. Penso, per fare un esempio, a Beneath the Blonde, dove la menzogna sul tradimento sembra essere una necessità per il mantenimento della felicità. È per te un espediente narrativo classico delle detective story o ha un significato "morale"?
“Sono particolarmente interessata al discorso della verità e della menzogna, temi questi che si adattano perfettamente al genere del giallo. Certamente la menzogna è funzionale alla storia. Personalmente penso che mentire sia estremamente pericoloso, sia per chi lo fa che per chi subisce la bugia. È il motivo per cui insisto molto sull’importanza dell’essere visibili – credo sia il nostro dovere per “cambiare il mondo”, ma specialmente per migliorare le cose per le persone LGBT più giovani. Questo perché ciò che risulta difficile per noi ora – per esempio dichiararsi in un clima politico e familiare ostile – è molto più che un atto individuale, significa dare un contributo al futuro della nostra società e assumersi la responsabilità di costruire un futuro per i giovani che verranno dopo di noi.”

In Italia sei amata dalle lesbiche perché nei tuoi romanzi vengono rappresentate “scene di vita lesbica”. La tua protagonista Saz Martin si muove nel mondo “esterno”, ma anche in una comunità di riferimento precisamente delineata. Credi che abbia un significato politico/sociale descrivere questa quotidianità?
“Con Calendar Girl in primis ho cercato di descrivere la comunità lesbica che conoscevo, non totalmente politicizzata, non direttamente influenzata dal movimento femminista degli anni ‘70. Mi sono concentrata di più sull’amore, sul sesso e sulla passione che sulla politica. Anche se mi considero molto politicizzata, non mi interessava scrivere dell’ennesima lesbica che vive nell’ennesimo ghetto lesbico. Non ho scritto intenzionalmente storie in cui tutte le donne sono personaggi positivi e tutti gli uomini sono personaggi negativi, e non volevo nemmeno scrivere un’altra storia di coming out. Per me aveva più senso descrivere una comunità lesbica con tutti i suoi difetti, le sue problematiche, le sue gioie, così come qualsiasi altra comunità. All’epoca non mi sono resa conto che anche così stavo assumendo una posizione politica. A mio avviso, rappresentare le lesbiche come NORMALI è quanto di più riuscito ci sia nella serie di Saz. Nulla di speciale, di diverso o d’eccezionale nell’essere donne gay, ma semplicemente donne che vanno avanti con le loro/nostre vite, in un mondo (come è anche quello occidentale) che non sempre ci sostiene o ci approva, ma che noi possiamo influenzare e anche cambiare attraverso la nostra onestà.”

In Carne Fresca, l’ultimo tuo libro tradotto da noi, Maggie aspetta un figlio concepito utilizzando un ovulo di Saz e lo sperma di un amico gay. Per la cultura italiana questa è una situazione più che dirompente. Come hai avuto quest’idea? L’hai scelta perché destrutturante l’immaginario di “famiglia naturale”, o è semplicemente frutto dell’esperienza condivisa della comunità GLBTQ inglese?
“Da quando ho scritto il libro ho sentito che qualcuno qui l’ha fatto, ma non è sicuramente la procedura più utilizzata perché è meno probabile che funzioni rispetto all’inseminazione diretta. Mi fa piacere che in Italia i libri sulla detective Saz siano interpretati come una presa di posizione politica sull’esperienza di vita lesbica, mentre nel Regno Unito, dove si dà già per scontato che nella comunità gay funzioni tutto, non c’è un’interpretazione politica di questi testi. Come ho già detto, scrivere dell’esperienza omosessuale come se fosse normale significa che sto scrivendo con la speranza che tutto ciò diventi realtà, piuttosto che vederlo come un caso particolare.
Detto ciò, non sono certa di voler decostruire il modello tradizionale di famiglia. Capisco il concetto, ma di solito non comincio a scrivere un libro partendo da un’istanza teorica, ciò che mi interessa è la storia. Cerco di scrivere una bella storia, quindi per me il fatto che Molly rimanga incinta con un ovulo di Saz inserito nel suo utero e fecondato, rende la storia più interessante, perché questa operazione unisce le due donne in maniera più significativa.”

Nel 2005 hai sposato la tua compagna. Cosa pensi del fatto che nel nostro paese ciò non sia ancora consentito, e anzi sia in corso un inasprimento delle posizioni che vogliono continuare a negare alle persone LGBT gli stessi diritti delle coppie eterosessuali?
“Nonostante il fatto che io dica “sposata” e “moglie”, il matrimonio omosessuale non è ancora legalizzato nel Regno Unito, dove ci si limita a riconoscere le unioni civili. Attendo il giorno in cui saremo sposate. Attendo il giorno in cui tutti noi – gay, etero, bisessuali saremo riconosciuti dalla legge, e in chiesa/sinagoga/moschea e così via. Credo che tutti gli esseri umani siano uguali e negare diritti a causa dell’orientamento sessuale sia sbagliato, tanto quanto a causa del sesso o della razza o del credo religioso. Quindi ancora non ci siamo. Non conosco la situazione italiana, ma per quel poco che so, mi sembra di capire che il potere della famiglia possa creare dei danni alle persone gay, perché molte volte si parla di noi come di un pericolo per la famiglia tradizionale. Mi piace sperare che con la nostra onestà possiamo incoraggiare “la famiglia” ad essere più aperta e accogliente e quindi dare forza all’unità umana fondamentale, e allo stesso tempo a non negare il nostro diritto di vivere vite oneste, realizzate e aperte. Io vorrei far parte della società, non esserne fuori. Non m’importa di essere “interessante” solamente perché sono lesbica, non è questa la parte più interessante di me! Fino a quando il resto del mondo non capirà tutto questo – fino a quando non smetteranno di chiederci di annullarci – fino ad allora dobbiamo continuare a fare chiasso, a farci sentire, e ad essere aperti e onesti.”

Traduzione Mariagrazia Pecoraro

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