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ritratto Pratibha Parmar

Intervista a Pratibha Parmar di Antonia Ciavarella

Sari Red, uno dei tuoi primi lavori del 1988, è un poema visivo su un omicido razzista e sessista: Kalbinder Kaur Hayre, una giovane ragazza sud-asiatica, è uccisa da tre maschi bianchi perché reagisce ai loro insulti razzisti. In Italia, qualche mese fa è stato ucciso un ragazzo italiano dalla pelle nera. La deriva razzista nel nostro paese si sta consumando in omicidi e “leggi razziali”. Manifestazioni di razzismo sono così diffuse nell’Inghilterra di oggi? C’è, a tuo avviso, un modello inglese di integrazione, convivenza sociale?

Penso che in Inghilterra abbiamo fatto molta strada per quanto riguarda razza ed integrazione. Quando ero piccola gli omicidi razzisti di persone sud-asiatiche erano comuni, ma ora lo sono meno. Ovviamente c’è ancora razzismo, ad ogni livello della cultura britannica, ma ho l’impressione che in Italia il problema sia molto più grave. Ricordo di aver letto di due bambine ‘zingare’ morte, i cui cadaveri rimasero sulla spiaggia per 3 ore mentre una coppia si godeva un picnic lì vicino. La completa indifferenza della gente alla morte di queste ragazzine mi ha colpito molto, e ritengo sia indicativa di come le vite degli immigrati sia considerata priva di valore. Credo di essermi sentita oltraggiata per la morte di queste bambine, così come mi sentii oltraggiata per la morte di Kalbinder, rappresentata in uno dei miei primi video, Sari Red.


Il lesbismo in quanto condizione esistenziale trasversale alle classi e alle culture è più immune dal razzismo?

Assolutamente no!


Hai diretto Warrior Marks nel 1993 in un periodo in cui era ancora un tabù parlare di mutilazioni sessuali. Nella cultura delle donne anziane, tali pratiche sono considerate un rito, parte integrante della cultura africana. Le nuove generazioni hanno, al contrario, piena coscienza che sono delle forme di tortura agite per controllare la sessualità femminile. Dopo tanti anni dalla realizzazione del tuo documentario cosa è cambiato?

Da quando ho girato Warrior Marks, c’è stato un grande cambiamento, per il meglio, nella pratica e nelle campagne contro la mutilazione genitale femminile. Non è più un argomento tabù e molte nazioni africane hanno fatto leggi contro questa pratica. Ciò a sua volta aiuta chi combatte contro di essa a sostenere questa causa. Ci sono sempre state donne africane in prima linea nella lotta contro le mutilazioni. Una di queste è Agnes, una donna Masai del Kenya che si reca a piedi da un villaggio all’altro per spiegare ad intere comunità come le mutilazioni genitali femminili non rovinino solo le vite delle donne ma anche quelle degli uomini. Agnes è un faro della speranza: da sola sta combattendo una crociata che ora ha ispirato un movimento molto più ampio in tutto il Kenya. Grazie a un film che è stato girato su di lei, il lavoro di Agnes ha ricevuto aiuti finanziari da parte di organizzazioni internazionali, e questa donna è riuscita a costruire una casa sicura per quelle ragazze che fuggono per non essere mutilate.


Monica Pietrangeli, cara amica con la quale mi sono confrontata sul tuo lavoro, mi faceva notare che ciò che colpisce molto delle tue opere dal punto di vista formale (ma la forma soprattutto nelle immagini è contenuto) è la bellezza non tanto o non soltanto dei corpi che tu rappresenti. Fai un uso molto accurato delle inquadrature, dei tagli di luce e delle location delle interviste. Si può dire che se fossi una fotografa saresti una grande ritrattista. Che ruolo ha la fotografia nella tua opera? La bellezza e l'accuratezza formale secondo te aiutano a veicolare meglio il messaggio?

Il cinema è visivo e negli anni ho sviluppato la mia estetica poiché è importante per me che il messaggio che sto cercando di trasmettere nei miei film o le storie che sto raccontando siano comunicati nella maniera più efficace possibile. Per me fare dei film è molto emozionante, perché è l’unico spazio dove posso lavorare con tutti i sensi per creare un’esperienza che funzioni a tutti i diversi livelli dell’esperienza umana.


Con il documentario Jodie: an icon hai anticipato il bisogno della comunità lesbica di “ridefinirsi” nell’immaginario collettivo. In questo processo di mitizzazione pare che non si possa sfuggire ai canoni della bellezza e della ricchezza. La terza edizione di Soggettiva è dedicata al cambiamento dell’immaginario lesbico così come è rappresentato nel cinema e nella TV. The L word e, permettimi, il tuo Nina’s Heavenly Delights sono emblematici rispetto a tale cambiamento. Sembra che alla tesi della lesbica “mostruosa” – nelle sue diverse accezioni - oggi ci sia un’ansia di affermazione di una antitesi positiva che Hollywood e Bollywood esemplificano in maniera netta e inequivocabile. Qual è la tua opinione in merito?

Nina’s Heavenly Delights non può essere propriamente classificata come Bollywood. E’ un film britannico a basso costo. L’ingresso nel mainstream di immagini e di storie lesbiche con show come L Word non è un fatto negativo. Penso che quella lesbica sia una comunità molto eterogenea, che include tipi di donne molto diverse, provenienti da molte culture, classi e da molti paesi. Nel passato i media mainstream hanno scelto di rappresentarci come patologiche, ed ora che sempre più donne come noi hanno chiesto di entrare nello spazio del mainstream, assistiamo ad una maggiore diversificazione delle rappresentazioni.


La cinematografia lesbica, gay e trans fa riferimento, inevitabilmente, al circuito indipendente. All’inizio erano pochissimi i film distributi sul grande schermo. Secondo te perché oggi c’è una maggiore attenzione nei nostri confronti da parte del mercato cinematografico?

Non credo che l’industria cinematografica oggi si interessi di più a noi. Credo piuttosto che siamo noi che reclamiamo un nostro spazio ed un accesso alle risorse.


Concluderemo la rassegna a te dedicata con The righteous babes, un documentario sulla musica rock che alla fine degli anni '90 si popola di artiste dotate di grande talento e "arrabbiate". Scena musicale sintetizzata dalla celeberrima espressione "clit-rock". Qual è il filo che lega artiste così diverse tra loro?

In Righteous Babes volevo capire dove le giovani donne prendono i loro modelli femministi. È stato fatto per il canale televisivo Channel 4 e per me è stato importante che la parola "femminista" sia stata usata sulla tv nazionale in maniera positiva, per parlare a favore del femminismo, e per affermare che questo in molti modi sta dietro a forti icone femminili come Madonna, Ani Di Franco, Sinead O’Connor. La maggior parte di queste donne ha incarnato, in un modo o nell’altro, uno spirito femminista, indipendentemente dal fatto che si definiscano femministe oppure no. Ciò che le accomuna è il modo in cui la loro musica, le loro parole, la loro presenza sul palco ha dato forza, in modi diversi, a così tante donne.


Desidero, in conclusione, ritornare ai temi politici del tuo lavoro artistico. Nel tuo A place of rage documenti la partecipazione delle donne afroamericane – con interviste ad Angela Davis, June Jordan e Alice Walker – al movimento per i diritti civili negli Stati Uniti d’America. Si potrebbe forse dire che la candidatura di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti d’America sia una tappa fondamentale di questo percorso lungo e complesso. All’interno di questo movimento qual è stata e qual è la specificità del contributo delle donne?

Credo che con Barack Obama e la sua campagna per la presidenza degli Stati Uniti stiamo assistendo ad uno del momenti politici più entusiasmanti della storia. Ecco qui un uomo, figlio di un keniano e di una bianca americana, la cui storia di successo può avere luogo solo in una nazione come gli Stati Uniti. È impensabile che in qualsiasi altra nazione in Europa si possa vedere una carica pubblica di così alto profilo occupata da una donna o da un uomo di colore. Le donne afro-americane sono sempre state la spina dorsale del movimento per i diritti civili, ed i loro sforzi, così come quelli di altri/e, ha creato questo particolare momento storico. Toni Morrison, Alice Walker, Ophra Winfrey hanno appoggiato Barack Obama, ed il loro appoggio ha avuto un peso notevole nella campagna presidenziale ed ha incoraggiato molte altre donne ad esporsi in questo momento. Il numero di donne afro-americane che si presentano a registrarsi per il voto è senza precedenti e ciò è possibile perché finalmente sentono che le loro voci saranno ascoltate nei corridoi del potere.

June Jordan, che compare in A Place of Rage, un'attivista ed una cara amica scomparsa, ha scritto una poesia intitolata "We Are the Ones We have been Waiting For" ('Siamo noi quelle che aspettavamo') e sarebbe stata entusiasta di vedere che la campagna di Obama sta effettivamente usando questa frase.

Traduzione di Maria Coppola

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